23:49
mercoledì, 11 novembre 2009
PARNASSUS - L'UOMO CHE VOLEVA INGANNARE IL DIAVOLO
(The Imaginarium of Doctor Parnassus, Gran Bretagna/Francia/Canada 2009)
Regia: Terry Gilliam
Soggetto: Terry Gilliam
Sceneggiatura: Terry Gilliam e Charles McKeown
Fotografia: Nicola Pecorini
Musiche: Jeff e Mychael Danna
Durata: 122 minuti
Cast: Christopher Plummer (dottor Parnassus), Heath Ledger (Tony), Johnny Depp (prima trasformazione di Tony), Jude Law (seconda trasformazione di Tony), Colin Farrell (terza trasformazione di Tony), Lily Cole (Valentina), Tom Waits (mister Nick), Andrew Garfield (Anton), Verne Troyer (Percy)
Già una volta il destino (e il set) era stato beffardo nei confronti di Terry Gilliam: la maledizione che aveva colpito il suo agognato
Don Chisciotte con Jean Rochefort e Johnny Depp sembrava averlo abbattuto e portato ad altri lidi. Ma nonostante l'improvvisa scomparsa del protagonista Heath Ledger nel corso delle riprese il goliardico visionario dei Monty Python si è cimentato in una vera e propria sfida col diavolo in persona, qui nei panni di un sardonico e irresistibile Tom Waits. Il saggio Parnassus abbandona il suo eremo nevoso sfidato dal principe delle tenebre in cambio dell'immortalità tanto agognata: ma l'amore ci mette lo zampino e, ritornato mortale, il dottore mette al mondo la bella Valentina, ignara che al compimento dei sedici anni sarà ambito trofeo del demonio. A meno che il padre, con l'aiuto del guitto Anton e del nano Percy, non riesca a procurare cinque anime fresche da dannare attraverso lo specchio magico che permette di realizzare i desideri intimi del pubblico pagante, mentre alla stravagante compagnia di girovaghi guidata dal dottore si unisce il misterioso Tony, imbonitore nato con un passato oscuro alle spalle. Nonostante qualche raro momento di stanchezza il film ci trascina in un mondo magico che rimanda alle fiabe di Carroll e alle caricature grottesche di Bosch, riuscite le caratterizzazioni di Christopher Plummer e Lily Cole assieme al bravo Ledger e ai suoi doppioni Depp, Law e Farrell. Qualche pythoniano storcerà il naso, ma nessuno come Terry Gilliam sa raccontare fiabe sospese tra sogno e realtà di questi tempi.
L'UOMO CHE FISSA LE CAPRE (The Men Who Stare At Goats, USA/Gran Bretagna 2009)
Regia: Grant Heslov
Sceneggiatura: Peter Straughan (tratto dal libro di Jon Ronson)
Fotografia: Robert Elswit
Musiche: Rolfe Kent
Durata: 93 minuti
Cast: George Clooney (Lyn Cassady), Ewan McGregor (Bob Wilton), Jeff Bridges (Bill Django), Kevin Spacey (Larry Hooper), Stephen Lang (generale Dean Hopgood), Waleed Zuaiter (Mahmud Daash), Stephen Root (Gus Lacey), Glenn Morshower (generale maggiore Holtz)
Subito dopo il divorzio dalla moglie, il giornalista Bob Wilton si reca in Kuwait per alleviare le pene d'amor perduto e cimentarsi come reporter bellico. Nella hall dell'albergo in cui alloggia conosce lo stravagante Lyn Cassady, ex spia dell'esercito degli Stati Uniti una volta appartenente a Madre Terra, reparto speciale dei servizi segreti capitanato dal fulminato maggiore Bill Django: una sorta di comune hippy mirata a sviluppare le capacità psichiche e sensoriali degli uomini al suo servizio che comprende abilità come l'attraversamento dei muri, la dissolvenza delle nuvole in cielo e la capacità di uccidere con lo sguardo innocenti ovini. Wilton stenta a crederci, ma nel corso delle disavventure che gli capiteranno in compagnia di Cassady realizzerà che le cose non sono come sembrano. George Clooney interpreta e produce una commedia abbastanza gradevole dove non mancano momenti di sincera ilarità, supportato da un cast eccellente e da una sceneggiatura scorrevole basata sul romanzo del giornalista Jon Ronson. Quanto ci sia di vero nel libro e nel film non ci è dato saperlo, ma anche se non si trattasse del frutto dell'immaginazione dell'autore è azzeccata la visione di un organo di potere che sfida le convenzioni mettendo alla berlina se stesso, peccato che alla presentazione veneziana del film si sia più discusso della love story Clooney-Canalis che dell'argomento trattato e degli eventuali spunti di riflessioni presenti nella pellicola. Lasciate perdere il gossip lagunare e godetevi piuttosto i novanta minuti di questa commedia stralunata al ritmo delle canzoni dei Boston.
NEMICO PUBBLICO (Public Enemies, USA 2009)
Regia: Michael Mann
Sceneggiatura: Ronan Bennett, Michael Mann e Ann Biderman (dall'omonimo libro di Bryan Burrough)
Fotografia: Dante Spinotti
Musiche: Elliot Goldenthal
Durata: 140 minuti
Cast: Johnny Depp (John Dillinger), Christian Bale (Melvin Purvis), Marion Cotillard (Billie Frechette), Jason Clarke (John 'Red' Hamilton), Stephen Dorff (Homer Van Meter), David Wenham (Harry 'Pete' Pierpoint), Giovanni Ribisi (Alvin Karpis), Billy Crudup (J. Edgar Hoover), Stephen Lang (Charles Winstead)
Chicago, 1933. John Dillinger è diventato una celebrità pari alle star di Hollywood con la sua attività di incallito rapinatore di banche: il presidente Roosevelt, già provato dagli effetti della Grande Depressione che si sono ripercossi sul paese, si rivolge dunque alla nascente agenzia investigativa dell'F.B.I. gestita da un determinato J. Edgar Hoover che sguinzaglia alle calcagna del criminale il ligio agente Purvis. La caccia all'uomo è aperta, ma Dillinger è un osso troppo duro e ce ne vorrà di tempo prima di poterlo acciuffare, tra sparatorie e inseguimenti meravigliosamente fotografati dal maestro Spinotti. Michael Mann dirige con maestria narrativa e rigore tecnico un poderoso noir dai toni lividi e sanguigni, accentuato dalla bravura di Deep e Bale e dal sensuale fascino scaturito dagli sguardi del premio Oscar Marion Cotillard. Eccellente la ricostruzione d'epoca, curata fin nei minimi dettagli, dalle strade di città alle prigioni buie: la sensazione provata nel corso della proiezione è quella di una storia da vivere sulla propria pelle tifando per il cattivo, così come viene accolto Dillinger appena atterrato in Indiana dalla gente comune che lo vede come un Robin Hood col mitra. E non poteva mancare la dovuta citazione metacinematografica de
Le due strade con Gable Powell e Loy, entrato nella leggenda per via del suo spettatore d'eccezione ignaro di andare incontro al suo destino al termine della proiezione.
Non c'è dubbio che Mann sia un Maestro della settima arte, e
Public Enemies (tradotto da noi al singolare col rischio di essere confuso con l'omonimo film di Tony Scott del 1998, in originale
Enemy of the State) ne è sicuramente una lucida e trasparente conferma.
17:35
martedì, 03 novembre 2009

Un anno dopo Studentessi il simpatico complessino milanese celebra il suo ventennale artistico con Gattini, raccolta dei loro cavalli di battaglia riarrangiati in chiave classica: da Elio Samaga a Cicciput le canzoni si rivestono di una raffinatezza insolita e di un'inaspettata eleganza alle quali va la gratitudine e il piacere dell'ascolto da parte dei fans e dei neofiti. Non mancano gli ospiti d'onore (Enrico Ruggeri in Cassonetto differenziato, Il vitello dai piedi di balsa, Essere donna oggi; Riccardo Fogli e Sir Oliver Skardy in Uomini col borsello; Lucio Dalla in Psichedelia; Max Pezzali nella versione romanza da salotto di Shpalman) così come le chicche campionate che vedono protagonisti micetti miagolanti, jazzisti improvvisati e replicanti filowagneriani. Last but non least l'inedita Storia di un bellimbusto, (dolce)amaro ritratto dell'uomo contemporaneo tra menate quotidiane e sniffate di bamba dal tragicomico epilogo.
Chissà cosa riserva il futuro per Elio e le sue Storie Tese, geniali e trasgressivi alfieri del bel canto e della musica a 3600 gradi, già si parla di un nuovo disco di inediti e di un prossimo tour teatrale lungo lo stivale.
Per il momento non ci resta che ascoltare, magari in compagnia di un baffuto amico a quattro zampe.
17:29
lunedì, 02 novembre 2009
Farrah Fawcett, angelo biondo al servizio di Charlie e sex symbol dei controversi anni '70.
Michael Jackson, re del pop eterno bambino mai cresciuto.
Mario Verdone, papà del regista Carlo e primo docente di storia e critica del film al Centro Sperimentale di Cinematografia di cui era stato anche direttore assieme a Roberto Rossellini.
Pina Bausch, rivoluzionaria coreografa.
Karl Malden, attore feticcio di Elia Kazan e inossidabile tenente Stone ne "Le strade di San Francisco".
Francesca Romana Coluzzi, la gigantessa del cinema italiano (e non solo commedie sexy).
Walter Cronkite, colonna del giornalismo televisivo americano.
Renato Izzo, grande voce del cinema italiano e fondatore del mitico Gruppo Trenta.
Tullio Kezich, critico cinematografico di quelli che non hanno eredi.
Fernanda Pivano, traduttrice scrittice e giornalista. Ora dorme sulla collina di Spoon River.
Ted Kennedy, fratello di John Fitzgerald e democratico fino alla fine.
Antonio Virgilio Savona, cantante compositore e arrangiatore del mitico Quartetto Cetra.
Mike Bongiorno, il signore dei telequiz.
Sandro Lodolo, regista di Rischiatutto e Carosello.
Patrick Swayze, maestro di balli proibiti e fantasma romantico.
Luciano Emmer, regista e documentarista.
Wess, cantante e partner artistico di Dori Ghezzi.
Rosanna Schiaffino, attrice bella ed elegante per Mauro Bolognini.
Alberto Testa, paroliere per Mina e autore televisivo che ci ha fatto conoscere La Smorfia e Carlo Verdone.
Alda Merini, poetessa dalla vita infernale ma dalle parole dolci e struggenti.
Vi avevo promesso tempo fa, verso la fine di agosto, uno speciale su chi ci aveva lasciato dallo scorso 25 giugno fino ad ora. Ho mantenuto la promessa, e a tutti quanti loro non posso che augurare l' eterno riposo che gli spetta.
00:50
sabato, 31 ottobre 2009
Il 26 ottobre 2009 non sarebbe stato un giorno come gli altri.
Gli Elii avrebbero festeggiato il loro ventennale artistico in quel di Milano al teatro Arcimboldi, accompagnati dai 48 elementi della prestigiosa Orchestra Filarmonica Arturo Toscanini diretta dal maestro Danilo Grassi, mica pizza e cachi. Occasione ghiotta e unica per celebrare degnamente un anniversario di tutto rispetto in nome della musica e dell'amore che lega da sempre le fave ai loro beniamini birichini. Nessuno però aveva previsto che i biglietti sarebbero andati a ruba presso il sito del signor Ticket One nel giro di ventiquattr'ore, e così molti erano rimasti a tasca asciutta rodendosi il fegato - e anche qualcos'altro, immagino - sperando in un lussuoso dvd o in una diretta satellitare che carpisse il diem.
Fino a giovedì scorso io ero uno di loro, se non fosse stato per un giovane bassista mio concittadino.
Il piccolo grande Giuppi era in possesso di un biglietto in più e aveva pensato di farmi un regalo di quelli che non si scordano facilmente. Ventiquattr'ore dopo arriva la conferma: avrei assistito al concertone del ventennale in compagnia di quelle fortunate fave che avevano afferrato al volo le chimere di carta esaurite nel tempo di un click.
E avrei anche assistito al matrimonio dell'anno tra la bruna Formytesa e la bionda Manovella.
Quando si dice Culo con la c maiuscola.
Alle tre del pomeriggio di quel lunedì da leoni lasciamo Torino in tre: io, il dottor Marok e Foniuglia.
Ma per rimanere in tema con l'ultimo album degli Elii ci aveva raggiunto a sorpresa il quarto gatto, quel monumento alla follia che non era altro di Schopenauer. Mancava solo il poliedrico Ivan Piombino, ma non si può avere sempre quello che si vuole. Tra una birra e una mano morta di gomma arriviamo a Milano Centrale per le cinque meno un quarto e ci dividiamo per rivederci poi al Duomo alle sei spaccate. Marok e Foniuglia credo abbiano giocato alle spie bulgare, io e Schope ci siamo fatti una bella camminata alla ricerca di un fioraio per portare un gradito omaggio floreale alle promesse spose.
Compiuta la missione bouquet arriviamo con mezz'oretta di anticipo, giusto il tempo di goderci l'enorme galleria Vittorio Emanuele II piena di negozi sfavillanti e bar lussuosi. In due anni di vita torinese non avevo avuto ancora il tempo di trascorrere una giornata nella città dei miei sogni infantili, quando leggevo i fumetti di Cattivik e mi vedevo fumettaro a fianco di Silver, Bonfa, Sommacal e Michelon. Scoccata l'ora dell'appuntamento siamo io, Schope, Lavinia, Ciro, Giuppi e la sua mamma di fronte alla facciata ripulita del Duomo, ma degli altri neanche l'ombra. Grazie a un tempestivo messaggio del dottor Marok raggiungiamo il resto della compagnia al primo piano del McDonald intravisto poco prima, ed è subito un florilegio di baci abbracci e foto.
Oltre che sera, visto il cambio dell'ora legale che aveva ammantato il cielo di Milano di un blu cobalto puntellato qua e là di stelline opache.
Con i potenti mezzi pubblici cittadini arriviamo all'Arcimboldi per le sette e mezza circa, giusto il tempo di un aperitivo e di qualche incontro ravvicinato del terzo tipo: smarrito tra il pub Cinquecento (come le vecchie lire) e l'Albicoccaffè mi imbatto in Don Diego sulle note del tema musicale di Missing firmato da Vangelis, dura poco ma è sempre un bel vedere e sentire. Intanto, tra bagarini e spettatori impazienti, si forma una calca pazzesca all'ingresso dell'Arcimboldi che neanche a San Siro per il derby: tutti in fila appassionatamente ci facciamo staccare i biglietti dalle maschere, ripresi dall'alto - presumo in alta definizione - da un generoso Pelodia che ci saluta affettuosamente nello splendore del suo dito medio proteso verso l'altissimo.
Qui entrano in scena gli amici di Sky, che avevano piazzato per bene la loro giraffa al lato destro del palco tagliando la visuale agli spettatori: quale onore per me e Giuppi, ma soprattutto quale piacere per me sedermi come quella volta all'Ariston che quasi ci rimettevo le gambe. Ma per gli Elii questo e altro, anche un sacrificio umano se fosse stato necessario.
Ore nove e tre minuti, le luci in sala si abbassano e gli orchestrali fanno il loro ingresso accompagnati dagli applausi del pubblico. Il maestro Grassi alza in aria la bacchetta e sulle note soffuse di Silos gli Elii ricevono la prima di tante calorose ovazioni: in formissima, in gambissima e soprattutto in venissima cavalchiamo il lungo sentiero che va da Elio Samaga fino ai giorni nostri, anche se il dittico composto da Plafone e Storia di un bellimbusto avrebbe meritato il tappeto classico riservato ai cavalli di battaglia della serata. Però c'è l'ascolto forzato della mozartiana Madamina il catalogo è questo e le rossiniane La calunnia è un venticello e Largo al factotum che neanche i Dari e i Lost sognerebbero di eseguire per raffinare il palato degli spettatori, per non parlare dell'artista a sè Mangoni che coreografie a parte trascorre il suo tempo comodamente seduto a leggere riviste di pettegolezzo. Graditi ospiti il tenore Danilo Formaggia ne Il rock and roll e il multivocale Vittorio Cosma alle prese col triplo dialogo finale del bellimbusto, oltre a una straordinaria ed energica Paola Folli che sprizza vitalità da tutti i pori. Termina la diretta con Sky, gli Elii ringraziano e il pubblico s'alza in piedi a riempirli di applausi senza far mancare loro i cori di Tapparella, bis che chiude in bellezza la serata. Ma non per gli spettatori delle file laterali di destra che, a metà della canzone, si vedono oscurare metà del palco dalla giraffa gentilmente abbassata dagli amici di Sky, con evidente disappunto del cantante Elio che li manda a cagare.
Immaginatevi la scena: state vivendo sulla vostra pelle le sensazioni più belle che una canzone sulla dannata festa delle medie possa suscitare in voi, quando due tizi decidono di punto in bianco di smontare le apparecchiature mentre l'esecuzione del brano sta per giungere al culmine. Non so se cose del genere siano mai capitate ad un concerto degli Oasis o del Boss, ma in questi casi un cordiale invito a recarsi nell'ano più fetido e merdoso non ve lo risparmia nessuno, o giraffisti.
Che Skyfo.
Fuori dall'Arcimboldi si spera nel backstage di rito, e il tema di Missing torna a risuonare nelle mie orecchie riconoscendo l'inconfondibile e fugace silhouette del Favone Grassone che batte Pelodia 1 a 0 in quanto a calore e bontà. Tanica il tastiere è l'unico a scampare all'assalto delle fave riversatesi al parcheggio del teatro, e a Cesareo Elio Meyer Mangoni Jantoman e Paola non rimane che soccombere ai flash delle macchine digitali e alle firme sulle copertine delle introvabili videocassette di Chi ha incastrato Elio e le Storie Tese?, con gaudio e tripudio dei loro irriducibili fans.
All'una di notte sembra che tutto vada bene, tuttavia il matrimonio non è stato ancora celebrato e il paggetto Giuppi deve andare a fare la nanna. Per di più non ci sono mezzi pubblici a disposizione e chi c'è c'è chi non c'è fankulo, come nella migliore delle tradizioni della cumpa. Tra corse in taxi ed inseguimenti alla Michael Mann si ritorna al Duomo, dove con la benedizione di Alessandro Manzoni e la giurisdizione del sindaco Propoli (giurisdizione?, ndM) si celebra l'unione nel sacro vincolo del matrimonio di Formytesa e Manovella con rituale locale di schiacciamento testicolare sul bove dello stemma di Torino. Segue un delirante set fotografico basato sulle tappe della vita di don Gnocchi, poi un panino e una birra da Margy e infine i cordiali saluti che sanno di arrivederci al prossimo concerto.
Ospiti a casa Uollano, io Marok Foniuglia e Schope sprechiamo gli ultimi neuroni a disposizione con proposte indecenti e racconti à la Meemmow di case stregate con tubature cadenti, grigliate che sanno di conato e sfortunati amici a quattro zampe. Morfeo non ci sta e serra le nostre palpebre alle cinque e venti di un martedì mattina piuttosto freddino, giusto il tempo di rialzarsi un paio d'ore dopo per scendere in metropolitana e beccare il primo treno per Torino.
E questo è tutto, gente.
Grazie a...
... gli Elii per la splendida serata;
... tutte quante le fave presenti, specialmente quelle di cui non mi ricordo il nome (anche perchè stavolta non avevo con me il famoso taccuino azzurro da concerto che porto sempre nel taschino);
... Uollano per l'ospitalità, la simpatia e la cortesia (e le mie scuse per essermi dimenticato di salutarti martedì mattina causa rincoglionimento totale da risveglio)
... Margy per il bacon and burger;
... il Duomo di Milano per la meraviglia che è;
Un grazie particolare a Giuppi per avermi permesso di esserci con tutto il mio entusiasmo.
E prima di mandarmi rigorosamente a fankulo, la scaletta del concerto:
Silos (intro strumentale)
John Holmes
Nubi di ieri sul nostro domani odierno (Abitudinario)
Nella vecchia azienda agricola
Uomini col borsello
Il vitello dai piedi di balsa (ascolto forzato: Madamina il catalogo è questo, dal Don Giovanni di W.A. Mozart)
Il vitello dai piedi di balsa reprise
Essere donna oggi
Pork e Cindy
Il rock and roll (featuring Danilo Formaggia)
Shpalman
La follia della donna (Parte 1)
La calunnia è un venticello
Psichedelia
Plafone
Storia di un bellimbusto (featuring Vittorio Cosma)
Parco Sempione
La terra dei cachi
Largo al factotum
Tapparella
E questo è veramente tutto, gente.
Alla prossima come sempre!
Frigo!
19:03
venerdì, 23 ottobre 2009
Antonio Ricci sa cosa esige il palato fine del telespettatore medio: se non bastano le chioccianti veline e i sagomati conduttori ad accrescere lo share quotidiano di Striscia c'è sempre un fenomeno da baraccone pronto a fare il suo ingresso nella corte dei miracoli di Mediaset. E così tra gli anziani deejay di Pomeriggio Cinque, le casalinghe almodovariane di C'è posta per te e i pingui ballerini del Chiambretti Night ecco farsi largo l'irruento mandriano Anito dalla ridente Castelliri in provincia di Frosinone. La storia in breve: il sindaco non rilascia il permesso di pascolare il bestiame nei terreni reclamati dal nostro e allora si scatena la lite di paese a suon di insulti, minacce e capitomboli degni del circo Orfei. Capitan Ventosa, inviato speciale con tanto di sturalavandino sul capo, cerca di fare da arbitro e intermediario raccogliendo soltanto i farfuglianti deliri del castellucciano furioso con sottofondo di risate preregistrate alla Paperissima : poco importa se Anito e la sua mandria l'avranno vinta o meno, il personaggio c'è ed è questo che conta. Non ci si accontenta solo di smascherare truffatori e vittime del botulino nè di impicciarsi nelle futili relazioni sentimentali dei vip, c'è sempre un nuovo mostro da sbattere in prima serata all'interno del telegiornale satirico per eccellenza. Sempre che gli autori di Striscia abbiano un'idea chiara di che cosa sia effettivamente la satira.
Dal teleschermo al monitor passiamo alla stella nascente del web Laura Scimone, teenager palermitana (in)consapevole protagonista di alcuni video su YouTube nei quali condivide le sue passioni musicali tra esultanze e rimembranze alla maniera del Goethe in ascesa spirituale sul monte Pellegrino. Non mancano le sostenitrici che la difendono a spada tratta per la sua maniera genuina di presentarsi al popolo della rete così come non mancano gli schernitori di turno con proposte indecenti alla mano e presunti zii avvocati civilisti che pregano utenti e lamers di non pubblicare/copiaincollare i video della nipote sui loro profili onde evitare citazioni in giudizio. Ma si sa, il web è di tutti e il p2p non conosce confini: che la giovane Laura possa diventare o sia già un'acclamata protagonista visibile in tutti i monitor del globo lo decreteranno gli utenti con i loro commenti e i loro voti, fatto sta che senza accorgercene si diventa eroi per caso senza il proprio consenso o di chi ne dovrebbe fare le veci. Non sta a noi istruire un'indagine su quale amico o conoscente o familiare abbia fatto scoprire al mondo l'eroina comune di tutti i giorni, ci penserà lo zio o chi di dovere per tutelare l'immagine della ragazza. Intanto le visualizzazioni aumentano, segno che Laura si è guadagnata il suo quarto d'ora (e forse più) di fama.
20:06
mercoledì, 21 ottobre 2009

HALLOWEEN II (Halloween II, USA 2009)
Regia e sceneggiatura: Rob Zombie
Soggetto originale: John Carpenter e Debra Hill
Fotografia: Brandon Trost
Musiche: Tyler Bates
Durata: 100 minuti
Cast: Scout Taylor-Compton (Laurie Strode), Sheri Moon Zombie (Deborah Myers), Chase Wright Vanek (Michael da giovane), Tyler Mane (Michael Myers), Malcolm McDowell (dottor Samuel Loomis), Brad Dourif (sceriffo Brackett), Danielle Harris (Annie Brackett), Brea Grant (Mya Rockwell), Angela Trimbur (Harley David), Margot Kidder (Barbara Collier)
Sopravvissuta al massacro dell'anno precedente, Laurie Strode viene adottata dalla famiglia dello sceriffo Brackett: la strada del ritorno alla normalità è lunga e tortuosa, specie se a mettersi di mezzo sono mamma Myers e il suo fanciullo assassino che reclamano il legame di sangue familiare della ragazza con incubi ricorrenti e cruenti segni premonitori: Michael s'è destato dalla non morte e sta per lasciare dietro di sè una scia di sangue che lo porterà alla sorella, mentre il dottor Loomis è vivo e vegeto e incassa grana a palate col suo best seller fedelmente tratto dalla tragedia di Haddonfeld, speculando sulle vite spezzate dalla furia omicida del suo (ex) paziente. E così tra sgozzamenti, accecamenti a fil di lama, strangolamenti e crani sfondati lo sceriffo e i suoi uomini impugneranno il fucile per chiudere definitivamente la faccenda.
Il primo capitolo della saga resettata di
Halloween firmato Rob Zombie aveva indagato sul turbolento passato dell'inarrestabile mostro e mantenuto lo spirito carpenteriano dell'originale con le contaminazioni stilistiche zombiane de
La casa dei 1000 corpi e
La casa del diavolo (dittico assai gradito e ben riuscito che ripercorreva le atmosfere grindhouse degli anni '70) , garanzia assicurata di una seconda parte degna della precedente. Tuttavia questo sequel lascia l'amaro in bocca agli aficionados e ai neofiti, abituati sicuramente a ben altro che Zombie ci aveva mostrato nelle sue opere precedenti: nonostante alcune sequenze riuscite (l'incipit ospedaliero che riecheggia il capitolo secondo della saga originale a firma di Rick Rosenthal, l'incidente stradale nella campagna buia, la festa rock della notte di Halloween) non si va oltre le tante premesse (e promesse) che ci aspettavamo dal regista ex leader della metal band White Zombie. Malcolm McDowell è un dottor Loomis brutto stronzo e cattivo, la Compton non ha di certo il fascino acerbo e l'erotismo verginale di Jamie Lee Curtis (nonostante la prelibatezza delle comprimarie Mya Grant e Angela Trimbur), se la cavano egregiamente il veterano Brad Douriff nei panni dello sceriffo di città e la conturbante Sheri Moon Zombie, spettrale Giocasta dall'avvenenza gotica.
Confidando in una prossima riscossa zombiana potremmo dare un'occhiata a
The Haunted World of El Superbeasto, primo lungometraggio animato del nostro Rob tratto dai suoi fumetti, da considerare come una piccola pacca sulla spalla dello spettatore deluso.
VOTO:
16:41
venerdì, 16 ottobre 2009
BASTARDI SENZA GLORIA (Inglorious Basterds, USA 2009)
Regia, soggetto e sceneggiatura: Quentin Tarantino
Fotografia: Robert Richardson
Musiche: AA.VV.
Durata: 153 minuti
Cast: Brad Pitt (tenente Aldo Raine), Christoph Waltz (colonnello Hans Landa), Eli Roth (sergente Donny Donowitz), Michael Fassbender (tenente Archie Hicox), Mèlanie Laurent (Shosanna Dreyfus), Diane Kruger (Bridget Von Hammersmark), Daniel Bruhl (Fredrick Zoller), Jack Ido (Marcel), Denis Menochet (Perrier LaPadite), Sylvester Groth (Joseph Goebbels), Martin Wuttke (Adolf Hilter), Mike Myers (generale Ed Fenech), Rod Taylor (Winston Churchill)
Tarantino è un geniaccio di quelli che si amano o che si odiano.
La sua continua destrutturazione e ricostruzione dei film di genere è un marchio di fabbrica che conosciamo bene dai tempi di
Pulp Fiction, e che raggiunge forse il suo apice con questo war movie dichiaratamente ispirato al Castellari di
Quel maledetto treno blindato ma non solo:
BSG è cinema cannibale che si nutre di se stesso assumendo nuove e inquietanti forme che all'occhio dello spettatore sembrano e vorrebbero essere familiari, ma che in realtà nascondono molto più di quanto non siamo abituati a (ri)vedere sul grande schermo. Tutto comincia nella campagna francese del '41 con l'efferato massacro di una famiglia ebrea, la cui unica sopravvissuta avrà modo e tempo di vendicarsi in maniera cinefila (e non vado oltre per rovinare la sorpresa ai lettori). Intanto, lo spavaldo tenente Raine e i suoi otto bastardi tutti d'un pezzo si divertono a tendere imboscate ai nazisti collezionando scalpi e incidendo svastiche sulle loro fronti, mentre un entusiasta Goebbels annuncia al suo bolso fuhrer la realizzazione di un filmone di propaganda con protagonista l'eroe del giorno, il soldato semplice nonchè cecchino infallibile Fredrick Zoller.
Sorretto dai dialoghi in piano sequenza e dalle ottime performance del cast (Pitt e Kruger a parte meritano una dovuta menzione lo strepitoso Christoph Waltz e la tragica Mèlanie Laurent, oltre a un luciferino Eli Roth brandente mazza da baseball),
BSG è anche una lezione di cinema postcontemporaneo che, pur correndo il rischio di mettere a dura prova la pazienza dello spettatore nel corso delle sue due ore e mezza, ci invita a riflettere su come la Settima Arte sopravviva ai giorni nostri sprezzante dell'horror vacui che ci circonda: se la Storia con la esse maiuscola non è riuscita a insegnare niente al genere umano, almeno il cinema ci ricorda - seppur in maniera volutamente parossistica - di quanta bellezza e bruttezza c'è al mondo, e non solo in un tempo passato relegato (faziosamente o meno) ai libri di testo. Se la cattedra è presieduta da uno come Tarantino, non ci sarà solo da ascoltare ma anche da divertirsi. Che siate buoni o cattivi non importa, c'è sempre un pò di bastardaggine in ognuno di noi.
VOTO:
17:27
sabato, 03 ottobre 2009
237 chilometri separano Messina da Palermo.
21 morti accertati, 30 feriti e 400 sfollati finora pervenuti a Messina per l'alluvione che ha reso il piccolo comune di Giampilieri una città fantasma sommersa da detriti e fango. Si scava, si cerca, si spera. E pensare che due anni fa i cittadini avevano segnalato, filmato, fotografato, documentato i segni premonitori di una tragedia fatalmente avveratasi. La sicurezza prima di tutto, si dice e si sente dire spesso: quella di essere protetti e sapere di esserlo, di poter vivere la propria vita nella propria città senza timore alcuno, quella che ti fa andare avanti senza aggiungersi agli altri pensieri che hai per la testa. Sono cominciati gli esodi, le zone colpite si svuotano, c'è tensione e paura nell'aria: Madre Natura sa essere spietata con le sue creature, e anche potendo prevedere le sue mosse ai nostri danni c'è sempre un rinvio all'impegno e uno scaricabarile infinito che le permette di condurre il gioco incontrastata e furiosa.
Sarebbe finalmente venuto il tempo di agire seriamente, di fare veramente qualcosa, e non di perdersi dietro i soliti strascichi. Ma a quanto pare c'è chi si rassegna e lascia che tutto cambi perchè nulla cambi, come succede in questi giorni a Palermo: una bruttissima copia di Venezia con macchine al posto delle gondole e sacchi della monnezza che galleggiano come anatre nello stagno. Non ci sono parole e non le trovo per descrivere lo scempio che ha investito la mia città: la voglia di urlare la mia rabbia e la mia disperazione al cielo c'è, ma un senso di impotenza e afflizione mi impedisce lo sfogo che risiede dentro di me, come una pesante catena d'acciaio che circonda e stritola il mio animo ferito.
Con la fantasia che mi ritrovo posso immaginare un corteo di palermitani furiosamente incazzati che si recano a Palazzo delle Aquile con torce e forconi in mano a chiedere la testa del sindaco e del suo rat pack ben vestito e smagliante nei suoi sorrisi beffardi e ipocriti, mentre un bluesman del Mississipi intona una dolorosa canzone su di una zattera che scivola mesta sul fiume Oreto.
La realtà è una brutta cosa, ma dobbiamo affrontarla lo stesso.
Nonostante la distanza chilometrica che ci separa, il mio cuore piange per Messina e Palermo.
E anche se questo piccolo sfogo non mi sia bastato per esternare tutto quanto quello che tengo dentro, possa il sole tornare a risplendere fiero sulla mia isola ferita e dilaniata, sulla mia casa dolce (e amara) casa, sulla mia città natale e sulla mia sorella Messina.
Un giorno dopo l'altro prima o poi accadrà.
22:19
giovedì, 01 ottobre 2009
BAARIA (Italia 2009)
Regia, soggetto e sceneggiatura: Giuseppe Tornatore
Fotografia: Enrico Lucidi
Musiche: Ennio Morricone
Durata: 155 minuti
Cast: Francesco Scianna (Peppino Torrenuova), Margareth Madè (Mannina), Gaetano Aronica (Cicco Torrenuova), Angela Molina (Sarina), Nicole Grimaudo (Sarina da ragazza), Salvatore Ficarra (Nino Torrenuova), Valentino Picone (Luigi), Beppe Fiorello (venditore di dollari), Enrico Lo Verso (Minicu), Nino Frassica (Giacomo Bartolotta), Aldo Baglio (speculatore), Lollo Franco (don Giacinto), Franco Scaldati (fotografo), Luigi Maria Burruano (farmacista), Mimmo Cuticchio (lettore delle didascalie al cinema), Corrado Fortuna (Renato Guttuso), Lina Sastri (la mendicante), Luigi Lo Cascio (figlio della mendicante), Raoul Bova (giornalista), Donatella Finocchiaro (la sarta), Laura Chiatti (studentessa), Michele Placido (oratore del PCI), Vincenzo Salemme (capocomico), Leo Gullotta (Liborio), Giorgio Faletti (Corteccia), Gabriele Lavia (insegnante), Monica Bellucci (fidanzata del muratore)
Potremmo sederci ad una tavola rotonda e discutere tutti quanti appassionatamente dell'attuale stato di salute e precariato del cinema italiano, trattando argomenti come registi di sinistra finanziati da produttori di destra ed eccessiva sfarzosità dei tappeti rossi veneziani. Chiacchere, tutte chiacchere che nuocciono gravemente alla salute di tutti, spettatori compresi.
Baarìa non è niente di tutto questo,
Baarìa è il ritorno al vecchio cinema italiano che ci emoziona e ci trascina nel cuore di celluloide del film: cinquant'anni di storia in due ore e trentacinque minuti sono una bella sfida che Tornatore affronta coraggiosamente, tenendosi saldo alla macchina da presa e lasciando scorrere la narrazione epica tra il giallo dorato delle strade e le dissolvenze nere come l'inchiostro. Storia di tanti, storia di tutti: quella di Cicco, bracciante agricolo che
s'abbusca il pane per sfamare la famiglia e istruisce i figli affinchè possano permettersi un futuro migliore; quella di Peppino e Mannina, tra le gioie della famiglia e i dolori dell'emigrazione per la necessità di un lavoro e di una formazione politica; e poi la Storia che ci (ri)porta ai tempi del fascismo, dell'avvento della mafia, di Portella della Ginestra, degli incontri e degli scontri tra comunisti democristiani e socialisti, dei primi televisori nelle case e del '68 studentesco. Intanto c'è un bambino che corre per spiccare il volo osservando dall'alto la sua città, e la sua corsa sembra non avere fine come suggeriscono le note incalzanti del maestro Morricone. Poesia, sentimento, malinconia e tenerezza: questo è
Baarìa, questo è il cinema di Giuseppe Tornatore, ed è anche il nostro cinema che credevamo perduto. In attesa della fatidica data del 2 febbraio venturo, nella speranza e nell'augurio della nomination all'Oscar come miglior film straniero (vent'anni dopo
Nuovo Cinema Paradiso), torniamo a sognare sul grande schermo circondati dal buio della sala. Storie come questa non si raccontano spesso.
VOTO:

15:34
sabato, 26 settembre 2009
L'ERA GLACIALE 3 - L'ALBA DEI DINOSAURI (Ice Age: Dawn of the Dinosaurs, USA 2009)
Regia: Carlos Saldanha
Sceneggiatura: Michael Berg, Peter Ackerman, Yoni Brenner
Musiche: John Powell
Durata: 91 minuti
Voci: Leo Gullotta (Manfred), Claudio Bisio (Sid), Pino Insegno (Diego), Roberta Lanfranchi (Ellie), Lee Ryan (Eddie), Francesco Pezzulli (Crash), Massimo Giuliani (Buck)
Grazie al cielo i mammuth non si sono estinti, e così Ellie e Manfred decidono di mettere su famiglia.
Diego intanto comincia a sentire i primi acciacchi dell'età e allo stralunato Sid capita di adottare tre cuccioli di dinosauro senza fare i conti con l'iraconda mamma dalle fila di denti aguzzi, che lo trascinerà con sè e la prole in un mondo perduto sconosciuto agli abitanti della superficie ghiacciata. In compagnia dei discoli opossum Eddie e Crash i nostri eroi si avventureranno nel sottosuolo guidati dallo svalvolato furetto Buck, cieco da un occhio e ossessionato dal famelico Rudy, mentre lo sfigato Scrat dovrà contendersi la ghianda del peccato con una maliziosa scoiattolina. Giunge al terzo capitolo la saga animata in 3D di Carlos Saldanha, e come sempre non mancano nè lo humor nè l'azione accompagnati da spunti di riflessione come il valore simbolico della comunità allargata e il riscatto di se stessi. Le famiglie possono ritenersi soddisfatte, anche i fan di Scrat che non mancheranno di sbellicarsi dalle risate con le gag dal retrogusto piccante.
VOTO:
DRAG ME TO HELL (id., USA 2009)
Regia: Sam Raimi
Sceneggiatura: Sam Raimi, Ivan Raimi
Fotografia: Peter Deming
Musiche: Christopher Young
Durata: 95 minuti
Cast: Alison Lohman (Christine Brown), Justin Long (Clay Dalton), Lorna Raver (Sylvia Ganush), Dileep Rao (Rham Jas), Adriana Barrazza (Shaun San Dena), Chelcie Ross (Leonard Dalton), Molly Cheek (Trudy Dalton)
C'era una volta, verrebbe da dire, un'impiegata di banca che sarebbe stata disposta a tutto pur di ottenere il posto di vicedirettore a fianco del suo capo. Un giorno si presentò alla sua scrivania una vecchia zingara per chiedere la proroga di un prestito che le avrebbe risparmiato lo sfratto immediato e il pignoramento dei beni, ma la giovane impiegata rifiutò di concederle quest'ultima opportunità per farsi valere di fronte a tutti e specialmente agli occhi del collega sbruffone che le voleva soffiare l'ambito posto. Adirata, la zingara le lanciò contro una maledizione che in tre giorni avrebbe portato la sventurata alla follia, e nonostante l'appoggio del suo fidanzato e di un sensitivo filojunghiano ne avrebbe viste e vissute di cotte e di crude. Per questo suo ritorno al caro vecchio horror Sam Raimi scrive in tandem col fratello Ivan una sceneggiatura di stampo classico alla quale lavorava da tempo, ancor prima della trilogia supereroistica di
Spider-Man, e il risultato è alquanto buono nonostante qualche leggero cedimento nella prevedibilità dello sviluppo. A condire il tutto lo humor nero che è da sempre un marchio di fabbrica del regista, e gli scontri soprannaturali con la vecchia megera strappano qualche sorriso in mezzo ai balzi sulla poltrona per il surround che rimbomba all'interno della sala. Rimane il dubbio su chi fare il tifo: forse per la disgraziata eroina Alison Lohman o la terribile signora Ganush interpretata da Lorna Raver? Allo spettatore la scelta.
VOTO:
BASTA CHE FUNZIONI (Whatever Works, USA/Francia 2009)
Regia e sceneggiatura: Woody Allen
Fotografia: Harris Savides
Durata: 92 minuti
Cast: Larry David (Boris Yellnikoff), Evan Rachel Wood (Melodie St. Ann Celestine), Patricia Clarkson (Marietta), Ed Begley jr. (John), Henry Cavill (Randy James), Conlet Hill (Leo Brockman)
Dopo il deludente dittico di
Sogni e delitti e
Vicky Cristina Barcelona, Woody Allen torna alla sua New York e ci regala la migliore commedia dell'anno che potessimo aspettarci. Dopo aver tentato il suicidio l'ipocondriaco ex docente universitario Boris Yellnikoff si rifugia al Greenwich Village, trascorrendo il tempo a dare lezioni di scacchi ai bambini e discorrendo sulla vita e sull'amore in compagnia dei suoi amici e degli spettatori in sala. Il caso vuole che Melodie, oca giuliva del Mississipi, gli piombi in casa in cerca di un lavoro e di se stessa, e che nonostante il suo pessimismo cosmico Boris se ne innamori senza tenere conto delle tragicomiche conseguenze che ne deriveranno: genitori apprensivi in cerca della figliuola vincitrice di concorsi di bellezza, attorucoli bellocci e malandrini e chi più ne ha più ne metta in una girandola dai tempi e dalle battute magistrali. Si ride di gusto e si rifletta anche, e non possiamo non essere che grati ad Allen per la saggezza e la profondità di base che sta nelle sue opere filmiche: la New York ritratta non sembra essere mai stata così bella e viva dai tempi di quel capolavoro che è che continua a essere
Manhattan. Grazie di cuore, Woody, in questi tempi ce ne vogliono eccome di film semplici e intelligenti come questo.
VOTO: